L’inizio della mia Fine

pesce pagliaccio

Un uomo famoso una volta disse “noi creiamo i nostri demoni”, un altro invece disse “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. Se mi seguite su Facebook saprete che ho l’abitudine di pubblicare una foto con tema il mare seguita da una citazione riguardo anch’essa il mare, ma non ho mai pubblicato nulla con le due frasi di inizio articolo, per inciso e vostra cultura personale la prima è riconducibile a Wilde, la seconda invece è di J. R. Lowell.
Si, le prime parole sono esattamente le stesse che Tony Stark pronuncia all’inizio di Iron Man 3, ma perché allora iniziare proprio così?
Bhe, io ho creato i miei demoni, e successivamente, nel tentativo estremo di liberarmene, ho cambiato idea, idea su cosa? Idea sulla subacquea. Poi diciamocelo, quale modo migliore di iniziare proprio come un film famoso con tema un uomo di ferro?

Andiamo con ordine: 21 Maggio 2006, la data in cui ho respirato per la prima volta nella mia vita aria compressa immerso nell’acqua. In quell’occasione ho capito che fino a quel momento avevo visto il mondo da una prospettiva sbagliata, dovevo solo scendere qualche metro per trovare il mio posto. L’estate dell’anno seguente ho conseguito il mio primo brevetto subacqueo, certificandomi Open Water Diver, catapultandomi in quel mondo fatto di pesci e colori che è il mare. Bene, proprio durante quel corso ho dato il via al mio futuro nella subacquea, ma inconsapevolmente anche ad altro, ciò che oggi perseguita la mia voglia di scendere quei metri per ritrovare il mio posto.

Ci viene insegnato che una bombola da 10lt e un octopus sono più che sufficienti per esplorare le meraviglie marine di tutto il mondo, senza avere la necessità di spingersi oltre, sicuri della nostra scorta d’aria e dei metri raggiunti. Cazzate, la natura umana non è fatta per fermarsi, vuole spingersi più in là, più in basso in questo caso, allora ecco che cerca di avere più aria, più metri, portando così al conseguimento del brevetto Adavnced. Ma in cosa consiste realmente quella “più aria”, quei “più metri” ? Ora rispondere per me è estremamente facile, da istruttore so perfettamente che percorso consigliare ai miei allievi, ma quando io stesso ero un allievo ero pieno di dubbi e preconcetti che mi hanno portato col ritenere i 39 metri il mio limite massimo e i limite massimo per il mio comfort sott’acqua.

Quello che sto cercando di spiegare è un concetto molto semplice: perché andare oltre i 39 metri? Perché rischiare la vita?
Fermi tutti, non leggete questa frase scorporandola da tutto, non ho iniziato l’articolo con questa affermazione proprio per non farvi trarre conclusioni affettate, ma per spiegarvi la mia evoluzione verso un possibile bibombola e i vari processi mentali affrontati per prendere, con coscienza, questa decisione. Per fare tutto ciò passero in rassegna vari punti che concernono con la mia formazione subacquea, per capire cosa mi abbia spinto a creare i demoni che mi hanno impedito di indossare attrezzatura tecnica.

L’immersione

Avevo una concezione di immersione completamente differente, per me immergersi voleva dire guardare i pesci, magari fotografandoli, ma niente di più. Abituato alle pareti infinite ricolme di vita tipiche del Mar Rosso la mia unica preoccupazione era seguire la guida da un parte all’altra del sito, tornare in superficie e raccontare quello che avevo visto. Che bisogno avevo quindi di scendere più in profondità? Che bisogno c’era di imparare a muoversi tra i canyon, tra le conformazioni rocciose che compongono il nostro mare? Poi ho scoperto la bellezza del Mediterraneo, sono diventato una guida e ho iniziato ad esplorare un lato diverso della subacquea, un lato più umano. Ho iniziato a vedere tutte le sfaccettature che prima erano nascoste, scoprendo la bellezza di portare per la prima volta qualcuno sott’acqua, facendogli vedere qualcosa di nuovo. Come potete immaginare il passo successivo è stato abbastanza logico, sono diventato istruttore, focalizzandomi sull’insegnamento e la trasmissione delle nozioni fondamentali per immergersi, ma sopratutto cercando di trasmettere il mio amore per il mare.

Il mio istruttore

Non mi piace dare la colpa ad altri, ma credo che una breve riflessione sul mio istruttore sia fondamentale. Come ben saprete un buon istruttore è fondamentale per la buona riuscita di un corso. Analizzando i corsi svolti svariati anni fa, dato che ora li svolgo anche io, mi sento di dire con assoluta certezza che sono stati svolti al meglio, sia da parte mia che del mio istruttore, senza rimproverargli alcun che. Ma un neofita ha bisogno di un mentore, qualcuno da seguire per imparare a camminare da solo, e inevitabilmente questo rapporto finisce col far assimilare dei concetti, a volte scomodi, all’allievo senza che esso se ne renda conto.
Voglio raccontarvi un aneddoto: mentre conseguivo l’advanced mi trovavo in Mar Rosso per la consueta settimana di immersioni estiva. Più precisamente mi trovavo a Dahab, davanti al Blue Hole. All’uscita dall’acqua incrociammo un paio di subacquei, tutti fieri, con indosso le loro mute stagne (c’erano 40°C all’ombra), un bibo e un’espressione di superiorità, tutti fieri per la profondità raggiunta. Naturalmente dovevano dare sfogo al loro ego smisurato esordendo con una frase, caso vuole che fossero italiani, molto simile a questa: <<guarda questi qua, si credono dei veri subacquei, loro che vanno solo pochi metri sotto a vedere dei pesci..>>. Qui di certo ho compreso l’espressione Tecnicazzi. In privato il mio istruttore ci spiega che preferiva essere un subacqueo in umida, con 1/3 del loro peso e felice di vedere i pesci. Si, era un fautore dell’immersione ricreativa, e come una spugna ho assorbito questo concetto, condendolo con altri falsi dei, credendo, ad esempio, che per svolgere un immersione tecnica bisogna pensare esclusivamente alla propria attrezzatura e alla pianificazione dell’immersione per non rischiare la vita, perdendosi tutto ciò che il mare ci offre.

Inizio 2000

Non so se i tempi non fossero propizi per l’immersione tecnica, anche perché ero poco più che un bambino e per me era sufficiente osservare qualche pesce davanti alla mia maschera.
Mi sento solo di dire che erano dei tempi dove tanta gente si immergeva, grazie anche alla buona disponibilità economica di quei tempi, esplorando mari lontani e caldi, posti in cui un normalissimo brevetto ricreativo sono più che sufficienti.

Il mare

Il mare è un elemento fondamentale per la vita di un sub, imprescindibile per la sua attività. Sì, esiste il lago, ma parliamoci chiaro, da sempre, quando addestro un neofito per farlo diventare un Open water diver, impongo come scopo ultimo del corso il comfort in mare. Il lago può essere un’ottima alternativa, ma solo temporanea, su questo punto non transigo. Le prime immersioni, circa una cinquantina, ho avuta la fortuna di svolgerle in mari tropicali, poi, progredendo, e in seguito a svariate necessità, ho iniziato ad esplorare anche mari più vicini, come quello dell’AMP di Portofino, scoprendo che le parti più interessanti si trovavano a profondità decisamente superiori a quelle a cui ero abituato. Successivamente ho iniziato ad usare un’ottica diversa, andando a cercare la storia dei siti in cui mi immergevo, come per esempio di alcuni relitti, o di alcuni reperti, come un’ancora bizantina sul fondo dell’isola i Lampedusa.
Tutto questo mi ha portato a superare i miei limiti per poter osservare questo nuovo mondo. Si, fino a quel momento mi ero immerso in un mondo parallelo, era giunto il momento di attraversare lo specchio.

Pace con i miei demoni

Ora che ho introdotto per bene tutti i punti posso esporvi in maniera concisa i miei demoni: la subacquea tecnica è più pericolosa della subacquea normale. Deduzione semplice se poniamo come grado di pericolosità i metri raggiunti sott’acqua. Ho sempre visto la subacquea ricreativa come una camminata in un bosco, concentrato solo a non inciampare e guardare tutta la natura attorno a me; essere un subacqueo tecnica mi dava l’impressione di dover pensare a troppe cose, senza darmi la possibilità di osservare tutto ciò che mi circonda.
Poi ho iniziato un corso XR, attaccando un stage al mio gav ed eseguendo un taglio con nitrox 50 dopo aver visto un paio di relitti in Liguria, condividendo il planning e il debrifing con i miei compagni di immersione. I miei demoni? Bhe, di certo non li ho eliminati, ma li ho semplicemente fatti sedere accanto a me e mostrato cosa fosse veramente la subacquea tecnica, finendo col fargliela piacere. In poche parole provando questo nuovo (per me) mondo ho cambiato idea.
Non ho eliminato del tutto le mie paure, quando eseguo immersioni tecniche sono sempre molto concentrato e pronto a tutto, condividendo il tutto con i miei compagni, per divertirmi di più e potermi affidare a loro in caso di necessità. Avrò sempre qualche dubbio, ma andiamo, parliamoci chiari, chi è veramente in pace con se stesso?

Credo in conclusione che un istruttore debba concentrarsi sulla crescita interiore dei propri allievi, trasmettendogli tutte le sue conoscenze e capacità, ma sapendo consigliare anche percorsi ostici a parer suo, se si tratta di un percorso fattibile e formativo per l’allievo stesso.

Mi sento di dire un’ultima cosa ai subacquei che reputano la loro attività l’unica degna di nota, in quanto scendono con l’occhio sul profondimetro, spingendosi sempre più dentro una cassa di mogano, portando con se anche un pezzettino di subacquea: “fa schifo a tutti un mono da 10 in un mare tropicale?”

3 risposte a “L’inizio della mia Fine”

  1. […] possedete, soddisfando così anche i novizi delle immersioni tecniche, proprio come nel mio caso. (Se vi interessa qui ne parlo approfonditamente). Offre inoltre una protezione aggiuntiva anche dagli urti; le protezioni per bottoni presenti […]

  2. […] Dive System Mi sono soffermato sul loro nuovo computer, il Ratio iX3m, dotato di molte funzioni, come il magnetometro e la possibilità di inserire fino a 10 miscele decompressive (dipende dal modello che acquistate), così da poter usare quelle del compagno nel caso in cui le vostre abbiano qualche problema. Display a colori e una batteria ricaricabile molto longeva lo rendono sicuramente un computer da prendere in considerazione per i “tecnicazzi”, categoria nella quale mi sto inserendo anche io. […]

  3. […] con bibombola e tre stage potrebbe risultare estremamente comodo. Aggiungiamo a svantaggio dei “tecnicazzi” che il sistema non funziona sulle pinne di gomma come le JetFin di […]

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