L’immersione è una questione di genetica

L’uomo ha da sempre avuto uno stretto rapporto con il mare, traendo da esso nutrimento e stabilendo la propria dimora nei suoi pressi. Le tracce più antiche sono quelle rinvenute lungo le coste del mar Baltico dove, tra 7000 e 10000 anni fa, si insediò una comunità che oggi viene indicata con il nome danese di “Kojkkenmodinger”, letteralmente “mangiatore di conchiglie”. Il nome è stato suggerito dai paleontologi, visto il rinvenimento ti consistenti resti fossilizzati di conchiglie presso gli insediamenti abitativi; questo presuppone la conoscenza di adeguate tecniche d’immersione per raccogliere cibo sul fondo marino.
L’uomo ha poi applicato queste tecniche alla guerra. Testimoni ne sono i romani, che nel IV secolo a.C. istituirono un corpo di veri e propri “commandos” subacquei chiamati “urinatores”( dal latino: andare sott’acqua) i cui compiti erano numerosi e prevedevano, oltre al recupero delle ancore incagliate, la forzatura di sbarramenti e azioni di guerra condotte sott’acqua.

La vita, emergendo dal mare, si è specializzata, portando l’uomo a popolare la tera ferma e diventare stabile su quelle terre, usando il mare solo per i propri scopi, come il procacciarsi di cibo o il commercio. Ma ha portato con se un brandello di mare.

Un popolo in particolare, i così detti “nomadi del mare”, hanno deciso di trascorrere invertire la rotta, trascorrendo la loro esistenza in mare, cibandosi di pesci e molluschi raccolti direttamente da esso e vivendo su case galleggianti, le lepa lepa . Si tratta della popolazione dei Bajau, popolo indonesiano che da mille anni abitano i mari del sud est asiatico, facendo della pesca la loro fonte primaria di sostentamento. Sono in grado infatti di raggiungere abilmente i 70 metri di profondità, utilizzando un’attrezzatura, se così si può definire, molto scarna e primitiva (una “maschera” di legno e un paio di piombi da tenere in mano). Fin qui sembrerebbe tutto normale, ma lo studio di Melissa Ilardo ha scoperto qualcosa di sensazionale.

Facciamo un piccolo excursus parlando della fisiologia umana correlata all’apnea.
Quando si pratica apnea si immerge la faccia in acqua, andando a stimolare precisi recettori presenti sulla nostra pelle che attivano il riflesso d’immersione (detto anche mammifero). Si tratta di una risposta, involontaria, del nostro corpo in preparazione all’immersione nell’ambiente acquatico, provocando bradicardia (riduzione della frequenza cardiaca), vasocostrizione periferica per preservare gli organi vitali e una riduzione del metabolismo dell’ossigeno. La milza inoltre si contrae e rilascia un elevato numero di globuli rossi, permettendo al sangue di arricchirsi di una quantità maggiore di globuli rossi.

Lo studio pubblicato sulla rivista Cell dimostra la prima vera e propria predisposizione genetica a trattenere il respiro. I Bajau posseggono infatti il gene PDE104, in grado di regolare l’ormone tiroideo T4, direttamente correlato con la milza. Questo comporta un ingrossamento notevole di quest’ultima, permettendo di liberare una quantità maggiore di globuli rossi, permettendo così all’apneista di immagazzinare una quantità maggiore di ossigeno ed ottenne performance migliori.
I ricercatori hanno compiuto una serie di analisi, tra cui ecografie alla milza, senza riscontrare questo gene nella vicina popolazione dei Saluan, ma solamente nei Bajau. Ma attenzione, la modificazione genetica sopracitata non è presente solo in coloro che si immergono regolarmente, ma in tutti gli abitanti di questa popolazione. Ciò significa che tutti posseggono una milza più grossa del normale, Melissa Ilardo, coautrice dello studio, dice: <<Questa è la prima volta che viene scoperto negli esseri umani un adattamento genetico all’immersione>>. La selezione naturale ha fatto il suo corso, anche nelle popolazioni moderne.

Dopo tutto siamo nati animali marini, sia in senso ontogenetico (nascita dell’essere) che filogenetico (nascita della specie). Nel più profondo della sua memoria genetica, l’uomo possiede ancora il ricordo del suo passato acquatico, e i Bajau sono la dimostrazione di questo passato, ancora vivo nel loro genoma.

 

Vi lascio il link alla ricerca completa, si, come nel caso dell’intervista ai pesci è in inglese, questa volta non l’ho tradotto, ma vi ho fatto un breve riassunto nella parte finale dell’articolo.

Una risposta a “L’immersione è una questione di genetica”

  1. […] L’apnea di per sé racchiude molte discipline, ognuna con precisi scopi e prestazioni, più o meno fisiche. Farla è l’unico modo per allenarla e raggiungere prestazioni sempre più elevate. Sappiamo tutti però che andare ogni giorno in piscina è un’attività dispendiosa, sia in termini economici che di tempo, e non risulta facile svolgere apnea per molte sere consecutive. […]

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